C. M. e L. S., così si chiamano i due poliziotti coinvolti nella sparatoria che ha portato alla morte di Anis Amri, identificato come il responsabile della strage al mercatino di Natale di Berlino. Cioè, i due agenti non si chiamano proprio così, hanno un nome e un cognome che sono stati divulgati senza pensarci troppo su. Noi ci limitiamo a riportare le iniziali, per non partecipare alla diffusione di un particolare (l’identità) che non ci sembra assolutamente rilevante per la comprensione della notizia.
La diffusione dei nome e cognome degli agenti è una scelta opinabile che però noi non abbiamo nessuna intenzione di contestare: i nomi di responsabili di fatti di cronaca (sia che siano fra i «buoni» sia che siano fra i «cattivi») vengono quasi sempre divulgati. Ma il paradosso sta nella differenza di trattamento riservata alle forze dell’ordine: non si vogliono rendere riconoscibili i poliziotti però poi vengono divulgati nome e cognome senza farsi troppi problemi.
Quando vengono definiti come «eroi», allora bisogna incensarli svelandone l’identità cosicché siano esposti ai ringraziamenti pubblici ma anche alla vendetta di qualche altro pazzo, quando invece vanno a difendere le piazze da qualche manifestazione è bene che siano dei signori nessuno, senza possibilità di essere riconosciuti nel caso in cui fossero protagonisti di atti deplorevoli.
Una differenza di trattamento insensata: o decidiamo di tutelare sempre e comunque l’identità degli agenti coinvolti in fatti di pubblico interesse, oppure li trattiamo come dei cittadini qualunque, responsabili delle proprie azioni e facilmente identificabili (basterebbe un numero sulla divisa).
Nel caso della sparatoria di Sesto San Giovanni, poi, sono stati tracciati anche dei ritratti dei due agenti coinvolti: articoli che esplorano le loro vite e che mostrano le foto anche senza divisa. Quale utilità ha tutto questo? Non sappiamo rispondere se non pensando all’ennesima ipocrisia italiana: gli «eroi» vanno celebrati, mentre l’identità delle persone comuni in divisa o dei farabutti non fa notizia.

Di Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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