Uno degli aspetti più criticati dei social media è la possibile «ossessione da mi piace»: la continua ricerca cioè di apprezzamento che coltiviamo attraverso la pubblicazione di foto e di pensieri. Questa ricerca di approvazione sempre più spesso rischia di essere lo strumento che utilizziamo per salire di uno scalino nella gerarchia sociale e occupare un posto più in alto in quella immaginaria casta creata proprio dal sistema dei «mi piace». Più sono alti i nostri numeri, più diventiamo popolari.

Personalmente trovo del tutto innocente apprezzare una foto o un pensiero altrui su un social network, così come condividerne uno. Basti pensare che, al di là che piaccia o meno, il blogger è un vero e proprio lavoro, nato proprio grazie ai social network e che diventa importante soltanto se si è in grado di piacere virtualmente al maggior numero di persone. Il punto sta, come sempre, nel non estremizzare, nel non diventare dipendenti da quello che gli altri pensano di noi, cercando sempre di essere chi siamo e non diventare qualcuno che avrebbe più «mi piace» sui social.
La recente serie tv Black Mirror, diventata popolare e apprezzata proprio perché in ogni sua puntata estremizza un difetto dell’umanità, o ne ipotizza una possibile conseguenza, ha creato un episodio proprio sulla (de)generazione del dover piacere agli altri. Ed è stato illuminante, così come ogni puntata della serie d’altronde.
Nell’episodio si mette in scena un’ipotetica società in cui, attraverso quello che potrebbe essere un futuristico Instagram, ogni persona costantemente valuta gli altri in una scala da 1 a 5. La media dei punteggi che si ottengono determinano il nostro grado sociale e, in una prospettiva estremizzata, tutto quello che possiamo o no permetterci. Certe case diventano acquistabili soltanto per chi ha un determinato punteggio, non una determinata quantità di denaro, così come alcuni lavori, alcune feste esclusive. Ma non solo, anche le necessità più basiche ci vengono concesse solamente in relazione al nostro punteggio. Un punteggio che tra l’altro non guadagniamo noi, ma che dipende dagli altri. In questa società, le persone non vengono valutate in base alla loro personalità, o sul fatto che effettivamente siano buone, oneste, simpatiche (e quindi abbiano più punti), ma solamente in base a quanto bene riescono a fingere di essere buone, oneste e simpatiche (in modo tale da ottenere quei punti). Ecco che si crea una totalità di persone che per vivere finge, finge di non essere mai arrabbiata, sempre di buon umore, finge che tutti siano belle persone, ed è gentile solo perché coltiva la speranza che qualcuno apprezzi la sua gentilezza e gli assegni un punteggio alto.
Senza voler svelare come si sviluppa e si conclude la puntata, la storia è stata illuminante perché mette in scena un rischio che non è lontano nel tempo e nelle possibilità che accada, anzi, è molto più reale di quanto immaginiamo.
E la sensazione di assurdità che si prova guardando l’episodio viene sostituita dalla preoccupante realizzazione che, in un certo senso, qualcosa del genere sta già accadendo.
Come sempre la serie è capace di metterci di fronte a un mirror e spingerci a riflettere su noi stessi in quanto essere umani, per chiederci se è davvero questo il futuro che siamo pronti a vivere. E in ogni puntata il futuro che ci viene rappresentato come probabile è sempre black.
Probabilmente l’efficacia di questa puntata è il fatto che ci fa riflettere sul fatto che oggi sta a noi decidere l’impatto che un «mi piace» può avere nella nostra vita reale, se lasciare che ci renda fieri e orgogliosi tanto da innalzare la nostra autostima, desiderosi di volerne sempre di più come una droga, o soddisfatti quel tanto da pensare di aver condiviso qualcosa di carino, che però sappiamo rimanere nel web. Ma in un futuro non molto lontano e anche abbastanza probabile, tutto potrebbe dipendere da come gli altri ci giudicano e non dalle nostre intrinseche capacità. Un futuro di certo poco invitante.

La Voce che Stecca