Lo faccio per me – Essere madri senza il mito del sacrificio è l’ultimo libro di Stefania Andreoli, psicologa e psicoterapeuta che lavora da sempre con gli adolescenti e con le famiglie.

Ospite fissa di Catteland su Radio Deejay, è consulente per la Disney e la Mondadori e Giudice Onorario del Tribunale per i minorenni di Milano. Per i più è nota per essere l’analista con oltre duecentomila follower su Instagram.

Ed è proprio dal confronto con la sua community sui social che ha preso spunto per questo suo nuovo libro: in un appuntamento consolidato, soprannominato Il martedì delle parole, a scriverle chiedendole consigli o semplicemente conforto erano per lo più donne. Specificatamente, madri.

L’abbandono lavorativo delle neogenitrici e il senso di colpa

Nel 2020, infatti, in Italia, 42.000 neo genitori hanno lasciato il lavoro. Quasi l’80% di loro era donna cita Andreoli. Che sia colpa di un welfare che non funziona e, forse, non ha mai funzionato? O questo dato è anche da imputarsi a un senso di colpa che sembrerebbe innato nelle donne forse anche più del cosiddetto istinto materno?

Come la psicoterapeuta fa notare, le madri percepiscono il tempo dedicato al lavoro o anche solo a prendersi cura di sé come un tempo che viene sottratto ai propri figli. Ogni legittimo bisogno viene declassato al rango di frivolezze. Andare dal parrucchiere, una manicure, una passeggiata con le amiche, un’ora di palestra viene vissuta come una lesa maestà ai danni dell’essere che sentiamo di amare di più: il nostro bambino.

Eppure, il concetto con cui Andreoli vorrebbe liberare le donne dal mito del sacrificio è che fare qualcosa per sé e un po’ di sano egoismo non sono dannosi per la prole anzi vanno, nel corso del tempo, a loro beneficio. La società patriarcale in cui viviamo ha convinto tutti che una donna attraverso la maternità si completi.

Il figlio come prolungamento della madre immatura

Un po’ come per la storia sull’amore romantico che definisce gli esseri umani come angeli con una sola ala, che possono volare solo abbracciati, ecco che un figlio diventa un prolungamento della persona, arriva a riempire una sorta di vuoto che ci sarebbe dentro di noi da sempre, senza magari essercene mai davvero accorte.

Ed ecco però che arriva con questa concezione un carico enorme di responsabilità che è proprio il figlio della madre che prima di lui è incompleta a dover portare: la mamma che sacrifica tutto per il proprio bambino non accetterà quando sarà cresciuto, quando diventerà un giovane adulto che lui si separi da lei.

Il figlio diventa responsabile della felicità della madre in un rapporto che ha tutti i connotati di una dipendenza. Al giorno d’oggi sembrerebbe che è l’adulto ad avere la necessità che il piccolo realizzi i suoi desideri. Un peso assurdo da gettare sulle spalle di un neonato, non trovate?

Essere dei genitori felici, compiuti di per sé, invece, è ciò che permette di vivere la maternità e la paternità non come un onere, bensì come una relazione.

La felicità nella relazione genitoriale

Da quando ne si ha traccia e memoria nella storia fino a oggi si dà: «Per scontato che essere donna equivalga a diventare madre intendendo con questo che sia una mansione, un ruolo da svolgersi in quanto femmine. Poter invece intendere la maternità come una relazione anziché come un’incombenza ci offre una straordinaria soluzione», sostiene la psicoterapeuta. La dottoressa Andreoli afferma, infatti, che: «Egoismo, nella lingua della psicologia, altro non vuol dire se non prendersi cura di sé stessi. Trarsi in salvo. Tenersi presenti. Farsi felici». Ecco che quindi, nelle scelte quotidiane che un genitore è tenuto a prendere nella crescita del proprio figlio, dovrebbe avvenire un cambiamento che sembra un’inezia ma contiene in sé una rivoluzione copernicana.

Invece di affermare, al mondo ma soprattutto a sé stessi, che qualsiasi cosa si faccia la si fa per il bambino bisognerebbe pensare e sostenere di farlo per sé. Se una madre prende le decisioni che riguardano la vita familiare per sé stessa saprà poi giustificarle, darne conto, soprattutto ne sarà pienamente consapevole.

Perché lo faccio per lui è deleterio

Secondo la psicoterapeuta: «Ai figli non serve una brava mamma, che sappia sempre cosa fare. Ai figli serve una mamma consapevole, che sappia perché fa quel che fa». Certo, è una strada difficile da percorrere perché farlo per l’altro costituisce, spesso e volentieri, un comodo alibi.

«Lo faccio per lui diventa nei fatti lasciare fare a lui, assecondare il bambino come se la sua proposta valesse al pari di quella dell’adulto» sostiene la Andreoli, per farci capire come, agendo così, il genitore abdica completamente al proprio ruolo educativo per investire il figlio piccolo di competenze che non sono le sue.

Soltanto trovando ognuna un proprio modo, unico e irripetibile, di fare la madre sarà possibile, secondo la dottoressa, vivere una maternità sana, essere persone più felici e riuscire così a crescere una generazione più consapevole e libera, contribuendo al progresso della società senza mai essere dimentiche di sé stesse e della propria personalità.

Essere madre, insomma, è un qualcosa che va ad aggiungere e non a togliere. Arricchisce una donna e non la sacrifica. In fondo, siamo prima persone e poi genitori.

La Voce che Stecca