Nel 1985 Carlo Palermo si fa trasferire a Trapani, dove ritiene ci sia un importante centro del traffico internazionale di armi. Ma la provincia siciliana era anche un luogo particolarmente ostile ai magistrati che difendono la legalità. Due anni prima, infatti, era stato ucciso per volere dei capimafia locali il procuratore Giangiacomo Ciaccio Montalto (nella foto in evidenza), che Palermo aveva incontrato poche settimane prima del suo omicidio. Entrambi, infatti, si occupavano di traffico di droga e si erano confrontati sulle rispettive inchieste, riscontrando elementi in comune. 

La guerra di mafia (1981-1984)

Stiamo parlando di una Sicilia reduce da una sanguinosa guerra di mafia, che si era conclusa l’anno precedente e che aveva visto tra le centinaia di vittime anche il deputato e sindacalista Pio La Torre e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. In tre anni, dal 1981 al 1984, i Corleonesi, una nuova generazione di mafiosi con a capo Totò Riina, aveva sterminato la vecchia aristocrazia di Cosa Nostra.

Come a Palermo, anche nel trapanese la criminalità organizzata dominava il territorio. Ma qui i clan agivano nell’ombra, e, soprattutto, senza colpire esponenti delle istituzioni. 

Ciononostante, quando il sostituto procuratore di Trapani Ciaccio Montalto inizia a seguire le tracce lasciate dai malavitosi sui conti bancari, Cosa Nostra decide di ucciderlo. Anche dopo aver ricevuto minacce e telefonate anonime, Ciaccio Montalto non riceve una scorta e pochi giorni prima del suo trasferimento in Toscana viene ucciso davanti alla sua abitazione di Valderice da tre sicari.

Cosa Nostra sottovalutata

«All’epoca la mafia non veniva considerata un pericolo per lo Stato italiano. Si sottovalutava il rischio. L’attentato a Carlo Palermo e l’omicidio di Ciaccio Montalto si verificano perché i magistrati che facevano bene il loro lavoro si ritrovavano in una condizione di isolamento, un passo avanti agli altri. Perché gli altri erano indifferenti, stupidi oppure complici», ci racconta Attilio Bolzoni, giornalista di Domani esperto di criminalità organizzata.

«Nel momento in cui ci si sbilanciava in avanti si era esposti al pericolo. Il clima di quarant’anni fa era molto diverso da quello di oggi. Il reato di associazione mafiosa è stato introdotto solo nel settembre del 1982, in seguito all’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. La mafia esisteva già da 150 anni ma la consapevolezza di che cos’era viene acquisita solo in seguito alle stragi di Capaci e Via D’Amelio del 1992. A Roma, nei palazzi del potere, la mafia veniva considerata un problema di ordine pubblico, non una grande emergenza nazionale», racconta Bolzoni. 

Gli affari attorno a Trapani

Cosa Nostra, insomma, approfittava del fatto che le istituzioni la combattessero in modo completamente inadeguato. E Trapani, oltre a Palermo, era il centro dei suoi affari: «Trapani è stata sempre un po’ in disparte ma è qui che nasce la mafia più tradizionale, collegata con i cugini dall’altra parte dell’Atlantico», ci racconta Bolzoni. Questi «cugini» si erano spostati negli Stati Uniti durante le quattro «migrazioni mafiose», spiega il giornalista, «la prima nella seconda metà dell’Ottocento, un’altra nei primi del Novecento che coincise con la grande migrazione degli italiani, una terza nel 1925 e l’ultima tra il 1954 e il 1956. Quella del 1925 è la migrazione degli abitanti di Castellammare del Golfo, che poi diventeranno le cinque grandi famiglie di New York».

Questa è la realtà in cui si inserisce Carlo Palermo arrivando a Trapani nel 1985, una realtà in cui la zona grigia tra istituzioni e criminalità organizzata coinvolge tantissime persone. Un giudice integerrimo e dall’intuito investigativo particolarmente acuto non può che destare preoccupazioni in questo ambiente. Non passano neanche due mesi dal suo arrivo che, come vedremo nell’ultimo articolo, Cosa Nostra decide che quell’uomo è troppo pericoloso e va eliminato.

Supervisione giornalistica: Tito Borsa

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