Un’indagine gigantesca. Così si potrebbe definire il lavoro che il sostituto procuratore di Trento Carlo Palermo stava portando avanti all’inizio degli anni Ottanta. Partendo da un carico di 110 chili di morfina sequestrati nel 1980 tra Trento e Bolzano, il magistrato cercò di ricostruire il percorso fatto dalla droga. Due anni dopo dichiarò: «Abbiamo sgominato il più colossale traffico di armi e di droga mai scoperto al mondo». 

L’inchiesta

Palermo scoprì che i due trentini presso cui era stato trovato il carico di morfina l’avevano acquistata da dei trafficanti turchi e l’avrebbero rivenduta alle cosche siciliane che facevano affari nell’Italia Settentrionale. I due uomini erano una sorta di anello di congiunzione tra la criminalità turca e quella siciliana. L’inchiesta si snoda come una catena di Sant’Antonio: dai due trentini si arriva a quello che viene chiamato il «grande vecchio», un contrabbandiere siriano che intrattiene relazioni sia con gli Stati Uniti che con i servizi del suo Paese. Il passaggio successivo è un trafficante turco residente in Bulgaria, già noto alle cronache giudiziarie per il suo coinvolgimento nell’attentato a papa Giovanni Paolo II. 

Studiando le rotte dello smercio di droga, il procuratore riesce a scoperchiare un traffico internazionale di materiali bellici destinati a vari Paesi del Medio Oriente, del Sud Africa e dell’America Latina. Un vero e proprio «mercato parallelo e altrettanto esteso di armi, pistole, fucili, carri armati, testate atomiche» e aerei da combattimento a sostegno di «regimi autoritari ferocemente antimarxisti», come è stato riassunto nel 1985 rispettivamente da Wladimiro Settimelli su L’Unità e da Luigi Cipriani su Democrazia Proletaria. Si tratta di regimi impegnati nella repressione delle rivolte popolari e nella persecuzione dei dissidenti politici. 

Le informazioni in possesso di Palermo

Settimelli raccontava che con le sue ricerche Palermo aveva accumulato «una tale mole di conoscenze, dati, fatti, copie di contratti, telex, azioni, affari e intermediazioni per la vendita di armi, da costituire una minaccia per i trafficanti di mezza Europa» e non solo. Non solo, appunto, perché le indagini di Carlo Palermo passano rapidamente dal mondo della criminalità a quello delle alte sfere.

Nell’inchiesta che porta, nel 1984, a un’ordinanza di rinvio a giudizio lunga quasi seimila pagine, finiscono a vario titolo vari personaggi, tra i quali anche nomi di un certo spessore. Da ufficiali dei servizi segreti affiliati alla loggia P2 a un finanziere legato al Partito Socialista di Bettino Craxi. Il nome dell’ex capo del governo figura anche su vari decreti di perquisizione diretti al finanziere.

Le conseguenze

Dopo aver letto il proprio nome su quelle carte, Craxi fa ricorso al Consiglio Superiore della Magistratura e l’indagine viene spostata a Venezia per poi essere divisa in due tronconi: uno sul traffico di stupefacenti, l’altro riguardante il traffico di armi. In buona sostanza, tutti i collegamenti fatti dal procuratore tra la criminalità e le alte sfere non vengono più indagati.

Tra la fine del 1984 e l’inizio del 1985 Carlo Palermo, sotto procedimento disciplinare sulla base di alcuni vecchi esposti (finiti poi in niente) dopo aver perso l’indagine su cui lavorava da anni, chiede e ottiene il trasferimento alla procura di Trapani, dove due anni prima era stato ucciso da Cosa Nostra il giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto. Poco prima della sua morte, Ciaccio Montalto era andato a Trento per incontrare proprio Carlo Palermo e per confrontarsi con lui su alcune indagini che stavano conducendo.

Supervisione giornalistica: Tito Borsa
Ha collaborato Tito Borsa

Leggi l’articolo precedente: Carlo Palermo, il pm sopravvissuto a una bomba di mafia di Tito Borsa

Leggi l’articolo successivo: Trapani, 1985: la situazione all’arrivo di Carlo Palermo di B. Mammucari

Per ulteriori approfondimenti, che in questa sede non abbiamo avuto modo di trattare, rimandiamo al sito internet di Carlo Palermo

La Voce che Stecca