Gentile Direttore,

le scrivo a proposito della lettera aperta, pubblicata su queste pagine, che lei ha indirizzato al direttore de La Croce Quotidiano Mario Adinolfi. È sempre divertente leggere le assurdità che scrivono gli attivisti della lobby gay come lei. Pur non essendo io Mario Adinolfi, vorrei comunque esporle le perplessità che mi sono sorte dopo aver letto la sua lettera. Come ha fatto lei, procedo per punti.

Contro il matrimonio omosessuale
1. L’etimologia di patrimonio è irrilevante al fine di definire quella di matrimonio.
2. Il cane è di mia proprietà quindi, a maggior ragione, se desidero sposarlo posso farlo.

L’aborto non è un diritto
3. In che modo la salute del nascituro ne altera lo status ontologico? In nessun modo,ovviamente.

Il mito dell’omogenitorialità
4. Il fatto che un bambino nasca da un padre ed una madre dubito sia una «pippa mentale» e la gente che sostiene l’esistenza dell’omogenitorialità esiste, ne ho le prove.
5. Infatti la «genitorialità» è figurata. A tal proposito ci si riferisce agli adottanti come genitori adottivi.

Il trans non è «donna all’ennesima potenza»
6. E quindi? non si può dire che i trans si prostituiscono? Dobbiamo chiamarle «lavoratrici del sesso» come negli standard per il bravo giornalista scrupoloso e politicamente corretto?!
7. Se è basato su dati attendibili c’è poco da commentare, in effetti.
8. Per il principio di non contraddizione l’affermazione è banale ma vera. I trans non si riconoscono nel loro corpo, non è che il corpo non è il loro. Forse andrebbero aiutati in questo senso.
9. Termini complessi la mandano in tilt pare.
10. Mi preoccuperei dei suoi, di luoghi comuni. Un esempio? «Dillo a tutti i trans che si suicidano». Che argomentazione di spessore!

Cordiali saluti e complimenti per la sua professionalità

Riccardo L.

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Caro Riccardo,

confesso che non bramavo di parlare ancora una volta di Mario Adinolfi, ma, immaginando il tempo che lei ha perso a redigere la sua lettera, mi parrebbe una scortesia non risponderle. Ho modificato la numerazione dei suoi punti, così da non dover riscrivere i titoli del paragrafo, sono già abbastanza ripetitivo.

  1. Argomentazione interessante la sua, seppur non suffragata da nulla se non il suo soggettivo giudizio personale. La mia osservazione invece era corroborata dalla semplice logica: perché il significato etimologico di un nome deve valere solo quando fa comodo? Sappiamo entrambi, se abbiamo studiato un poco, che il significato delle parole cambia nel tempo. È mutato il significato di «matrimonio» come quello di «patrimonio». Appigliarsi all’etimologia significa non avere altro tipo di argomentazione. Vorrei comunque farle notare che lei non ha obiettato invece alla mia (paradossale) proposta di approvare il matrimonio omosessuale solo fra due donne delle quali almeno una abbia già concepito dei figli. È d’accordo?

  2. Quindi se un genitore vuole far sposare la propria bambina undicenne, che legalmente è sotto la propria patria potestà, dovrebbe poterlo fare? Mi scusi la provocazione ma non ho saputo trattenermi. Il matrimonio è una questione di «volontà», non di «proprietà»: entrambi i contraenti devono essere consapevoli di quello che stanno facendo e delle conseguenze che avrà il loro «contratto». Un cane non può rendersene conto, un omosessuale sì.

  3. Anche qua mi pare che la sua obiezione affermi un’ovvietà quasi tautologica, senza però centrare il discorso. Al di là dei discorsi filosofici che possono derivare dalla questione sull’aborto, io non avevo preso alcuna posizione: «Hai forse una vaga idea di come una futura mamma viva la consapevolezza che il proprio figlio, affetto da qualche grave malattia, vivrà una vita di inferno? – Scrivevo a Adinolfi – Questa idea non ce l’ho neppure io, per questo taccio».

  4. Le «pippe mentali» di cui parlavo non avevano nulla a che fare con la lapalissiana frase «un bimbo nasce da un uomo e una donna»; riguardavano piuttosto le frasi quasi deliranti di Adinolfi: «Proprio il mito dell’omogenitorialità, di un qualcosa che non esiste, è il nodo che sta frantumando la radice basilare di verità incontestabile che riguarda il nostro venire al mondo». Se ammettiamo l’esistenza dell’omogenitorialità (non genetica) miniamo forse la verità che un bambino nasce da un uomo e una donna? I soli che possono minare questa verità sono coloro che affermano l’esistenza dell’omogenitorialità genetica, ma agli idioti di solito non si presta ascolto.

  5. Anche qua lei non ha centrato il discorso, come sempre d’altra parte, confondendo – non so se in buona o in cattiva fede – la genitorialità giuridica e quella etica. Nel punto 2 del paragrafo Il mito dell’omogenitorialità – ciò che lei sta contestando ora – l’ho precisato proprio alla fine: «La coppia che adotta un figlio non potrebbe, eticamente parlando, esprimere a propria “genitorialità”». Chieda a una coppia che ha adottato dei bambini se non li sentono come figli propri. Poi ne possiamo parlare.

  6. Mi sembra quasi che lei lo faccia apposta a far finta di non capire ciò di cui parlo. Forse mi esprimo in una maniera troppo difficile per lei, però non mi sembra di aver criticato l’uso del termine «prostituzione»: oggetto della mia critica era – cito me medesimo – «l’ostentato collegamento fra transessualità e prostituzione», non è proprio la stessa cosa.

  7. Io questi dati non li vedo, mi dispiace.

  8. Forse il concetto di «disforia di genere» non le è chiaro. Me ne dispiaccio. Invertire i due termini è sintomo di malafede o di profonda ignoranza.

  9. Dopo aver letto la sua lettera sono convinto che è lei ad avere problemi nella comprensione di un testo scritto.

  10. Luogo comune sarebbe stato piuttosto «tutti i trans sono prostitute» o, nel mio caso, un folle «tutti i trans si suicidano». È evidente che il concetto non le è chiaro (come nel punto 8, d’altra parte).

Le do un consiglio per le prossime volte: prima di scrivere una lettera, si faccia un esame di coscienza e cerchi di capire se ne è effettivamente in grado. Se, come penso, il risultato sarà negativo, scriva pure ma riservi l’arroganza a qualcun altro.
Saluti

Tito G. Borsa
direttore.lavocechestecca@gmail.com

Di Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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