Il 5 febbraio 2021, su queste colonne, si presero in esame le implicazioni che si sarebbero potute generare con l’avvento del governo Draghi. L’arrivo dell’ex governatore BCE non sorprese: il suo articolo, pubblicato sul Financial Times il 25 marzo 2020, ne svelava la prossima discesa in campo. Verso Chigi, per l’esattezza. Un anno e mezzo dopo, riprendiamo le fila di quel discorso per valutare gli eventuali aggiornamenti sul campo politico italiano.

Una rinfrescata alla memoria

La caduta del Conte bis

Per produrre aggiornamenti sul campo politico italiano facciamo un passo indietro. La caduta del Conte bis, per mano dell’ideatore, Renzi, fu la ratifica dell’ovvio. Essendo da tempo nell’aria, si trattava esclusivamente di verificarne tempi e modalità. All’atto della caduta, vista la rappresentazione da megadirettore galattico del personaggio chiamato da Mattarella, e sorvolando sulle manovre comunicative dei partiti, concludemmo che:

«I conti parlamentari dovranno tornare. E torneranno».

La comunicazione politica pre governo Draghi

Rileggendo le dichiarazioni che precedettero il governo Draghi, la grassa risata scappa facilmente. Tuttavia, considerate le finalità dell’articolo, una rinfrescata alla memoria è quantomai necessaria.

«Siamo per un governo politico, non voteremo Mario Draghi. […] Tale tipologia di esecutivo è stata già adottata in passato con conseguenze negative per i cittadini».

Vito Crimi, Movimento 5 Stelle; 3 febbraio 2021

«Draghi è un fuoriclasse come Ronaldo: non può stare in panchina».

Giancarlo Giorgetti, Lega; 4 febbraio 2021

«[…] Da sovranista, appena ho visto questa possibilità, ho detto: è la scelta più sovranista che possiamo fare».

Claudio Borghi, Lega; 8 febbraio 2021

Governo Draghi: la premessa alla fiducia

Le consultazioni registrarono il ribaltone a 180° del M5S rispetto alle suddette dichiarazioni del reggente Crimi, nonché il fantomatico sovranismo draghiano farneticato da taluni leghisti. Così, si arrivò alla richiesta della fiducia in Parlamento. Come detto, i conti, non potendo che tornare, tornarono. Il 20 febbraio 2021, ottenuta la fiducia parlamentare, evidenziammo un passaggio del discorso esposto da Draghi a deputati e senatori (talvolta scambiati, ma sorvoliamo):

«Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’Euro; […] significa condividere la prospettiva di un’Unione Europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune. […] Gli Stati nazionali cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa. […] Senza l’Italia non c’è l’Europa, ma fuori dall’Europa c’è meno Italia. Non c’è sovranità nella solitudine».

Mario Draghi, Senato della Repubblica, 17 febbraio 2021

Le implicazioni della fiducia: il tramonto di una fase politica

La premessa draghiana disvelava irreversibilmente la funzione dei partiti che, stando all’opposizione nella legislatura 2013-2018 e utilizzando parzialmente argomenti del mondo antieuropeista (Fuori dall’Euro il M5S e Basta Euro la Lega), ottennero la maggioranza parlamentare il 4 marzo 2018, arrivando alla loro massima espressione con l’esecutivo gialloverde.

Ora, con il voto di fiducia all’esecutivo Draghi, si sanciva il fallimento dell’esercizio democratico del 2018: il pilota automatico aveva trionfato un’altra volta. Richiamiamolo alla memoria:

«L’Italia prosegue sulla strada delle riforme, indipendentemente dall’esito elettorale. Le riforme continuano come se fosse inserito il pilota automatico».

Mario Draghi, Berlino, 7 marzo 2013

Si trattò del tramonto, non dell’Euro ma di una fase politica, cominciata nel 2013, tradita nel 2018 e sepolta, utilizzando un’interpretazione ultra-estensiva, tra il 17 e il 18 febbraio 2021.

Il significante della legislatura e la ballata dei decimali

Il significante della legislatura 2018-2023 non morì con la caduta del Conte I, ma col cedimento alla Commissione Europea nella partita sulla Legge di Bilancio. Il passaggio cruciale, che definirei la ballata dei decimali, palesò il fallimento di chi cercò, col proprio voto, di mettere in discussione gli assetti sovranazionali esistenti.

Un fallimento che fu anche di chi scrive: l’idea, denominabile via breve, col senno di poi, fu un’allucinazione analitica. Essa, con l’affermazione di una maggioranza gialloverde, puntava al recesso passando da un incidente con la Commissione Europea. Il miraggio all’orizzonte svanì con la ballata dei decimali.

Il lato positivo

La ballata dei decimali e le successive conclusioni, tratte alla caduta del Conte I, hanno aperto la riflessione sul 2023 già nel settembre 2019. Il lato positivo della legislatura è stato lo svelamento delle contraddizioni insite in quei partiti che, cavalcando tatticamente dei frammenti di antieuropeismo, avevano egemonizzato il dissenso. In quest’ottica, la legislatura è stata funzionale all’apertura di uno spazio occupabile da partiti extraparlamentari.

Verso le politiche 2023

Ricostruita la storiografia della legislatura, poniamo il focus sul futuro. Sono ravvisabili degli aggiornamenti sul campo politico italiano in vista delle politiche 2023?

Nell’articolo del 20 febbraio 2021, si considerò ricostituito il classico bipolarismo della Seconda Repubblica. Il M5S, che aveva rappresentato la variabile terza, già in occasione del Conte bis era stato normalizzato con l’ingresso nel centrosinistra.

Il vecchio auspicio

Chiosammo con un auspicio che, seppur in lontananza, pareva intravedersi realisticamente:

«Auspicabile, anzi, vitale, un terzo campo per coltivare ciò che si è visto poter sbocciare. Un aspetto positivo che ha lasciato il Movimento 5 Stelle nella sua scalata è la prova tangibile che il bipolarismo si possa rompere, per il semplice fatto che, nei temi chiave, la politica italiana sviluppi un vero e proprio unilateralismo, che ormai è stato svelato (e di cui M5S è entrato a far parte)».

Osservando le recenti novità, il terzo campo auspicato è andato costituendosi. A comporlo, nelle sue fondamenta, una promettente triangolazione: Riconquistare l’Italia, Partito Comunista e Ancora Italia. Nel 2021, in assenza di Alternativa, si valutarono funzionali a un ipotetico terzo campo alcuni fuoriusciti del M5S in opposizione al governo Draghi:

«Singoli parlamentari, rintracciabili all’interno del più ampio elenco di espulsi post votazione sulla fiducia, hanno le conoscenze per rappresentare una piccola parte di un progetto che coalizzi, con ruolo chiave, anche partiti extraparlamentari, stimabili e quantomai necessari nel nuovo Parlamento».

Il bipolarismo interscambiabile

Sia il pilota automatico che la premessa draghiana alla fiducia hanno palesato l’ordine del discorso. L’ultimo trentennio italiano, dissimulazioni a parte, è stato contraddistinto dalla vittoria del liberalismo e dell’europeismo. In sintesi: la vittoria del vincolo esterno. Cos’è il pilota automatico se non un vincolo esterno? Cos’è la premessa draghiana alla fiducia se non la ferrea volontà di osservare il vincolo esterno?

In quest’ottica, emerge un trentennio bipolare che non si esplica tra due modelli politici in contrapposizione, ma tra due sottoinsiemi ideologicamente contigui. Da una parte, un centrosinistra liberal-progressista; dall’altra, un centrodestra liberal-conservatore. Da una parte, europeisti altroeuropeisti; dall’altra, pure. E allora, rieccoci al punto dove ci lasciammo il 20 febbraio 2021:

«Lungo questo arco temporale i due campi sosterranno i medesimi provvedimenti; metteranno in gioco distinzioni a livello di schermaglie linguistiche; edificheranno due costruzioni oniriche rette da una comunicazione instant marketing, atte a guidare l’elettorato nei medesimi solchi comuni: il liberalismo e l’europeismo».

Per chi, un anno e mezzo dopo, condivide questa visione, la logica conclusione è la constatazione non di un bipolarismo alternativo, ma interscambiabile, commutativo. Eppure, l’avevamo imparata alle elementari:

«Cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia».

Su questo piano, poco o nulla interessano le divergenze tattiche e le scissioni interne ai vari sottoinsiemi dell’insieme liberale ed europeista. L’ultima, in ordine cronologico, che ha portato alla scissione dimaiana del M5S, è la dimostrazione plastica delle argomentazioni fin qui svolte. Ci bastano due citazioni.

«Il M5S aveva il dovere di sostenere il lavoro diplomatico di tutto il governo ed evitare ambiguità, ma così non è stato. […] In questo momento storico sostenere i valori europeisti e atlantisti non può essere una colpa: una forza politica matura dovrebbe aprirsi al confronto e al dialogo».

Luigi Di Maio, Insieme per il futuro, 21 giugno 2022

«Noi abbiamo già chiarito e non abbiamo da chiarire tutti i giorni quello che da noi non è mai stato messo in discussione, come la collocazione euroatlantica ed europea».

Giuseppe Conte, Movimento 5 Stelle, 22 giugno 2022

Insomma, il problema alla base della scissione non riguarda delle divergenze sulla collocazione atlantista ed europeista dell’Italia. Naturale, trattandosi di due visioni del medesimo insieme. Di nuovo: non alternativi ma interscambiabili.

Confutare i cavalli di battaglia dei liberal-europeisti

E allora, tirando le conclusioni dei nostri aggiornamenti sul campo politico italiano, per accantonare il bipolarismo interscambiabile occorre contrapporgli l’insieme per troppo tempo occultato, dandogli la possibilità di confutare le argomentazioni liberal-europeiste:

  • Non il primato dell’economia ma il primato della politica;
  • Non l’assoggettamento ma la sovranità popolare;
  • Non la libera circolazione dei capitali ma il controllo dei movimenti di capitale;
  • Non la disoccupazione strutturale ma il perseguimento della piena occupazione;
  • Non le privatizzazioni ma le nazionalizzazioni strategiche;
  • Non il capitale ma il lavoro;
  • Non la rendita finanziaria ma la redistribuzione.

Insomma: non i trattati europei ma la Costituzione della Repubblica Italiana.

Di Simone Usai

Simone, ventottenne sardo, ha vagato in giovanissima età per il Piemonte, per poi far ritorno nell'isola che lo richiamava. Ama scrivere su tematiche politiche ed economiche. Legge per limitare la sua ignoranza.

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