Michel Foucault, nel suo La volontà di sapere, scrive: «Ci sono storicamente due grandi procedure per produrre la verità del sesso», da un lato le società «che si sono date un’ars erotica. Nell’arte erotica la verità è estratta dal piacere stesso». Mentre la nostra civiltà «è la sola, probabilmente, a praticare la scientia sexualis», che delinea anche il problema del mercato del porno

Viviamo in una società in cui l’arte erotica ha lasciato spazio alla pornografia più becera. Il piacere sessuale, nella sua varietà e nelle sue sfumature, è qualcosa che va assolutamente relegato alla sfera privata dell’individuo e che quindi non può essere «arte», intesa come espressione pubblica del soggetto. La pornografia becera e artisticamente irrilevante è un prodotto che va consumato per trarre piacere fisico e mentale, per poi confessarci – sentendoci tutto sommato un po’ in colpa per ciò che abbiamo fatto – anche solo in un dialogo con noi stessi. 

La società della censura, del proibizionismo cattolico, del «si fa ma non si dice, non si rende pubblico» impedisce la nascita di una qualche forma di ars erotica, in cui sesso e libera espressione dell’essere umano si fondono per creare qualcosa sì di eccitante, ma anche di artisticamente valido e interessante. 

Il maggiore problema del porno è che esso, oggi, è mero oggetto di consumo. Ed essendo il suo scopo quello di arrivare a più persone possibili, viene realizzato concentrandosi unicamente su ciò che il pubblico vuole vedere, senza lasciare spazio all’espressione artistica di attori e registi. È il problema che si porta dietro quella che viene definita comunemente «società dei consumi».

Basta andare online per trovare migliaia e migliaia di siti che ci offrono video pornografici gratuitamente. E non ci devono interessare le condizioni lavorative dei performer e la liceità della provenienza di quel materiale, quei video sono gratis e questo deve bastare a renderci dei consumatori soddisfatti.

Il fatto che la pornografia sia un oggetto di consumo porta a forme di sfruttamento che non c’entrano niente con il porno di per sé: persone sottopagate e fatte lavorare in condizioni precarie, tanto per fare un esempio. Non tutto il mondo del porno è così, è vero, ma è un problema che va sollevato. 

E sono lavoratori «invisibili», che la politica non si ricorda mai di tutelare. Perché il problema non è la pornografia, ma il fatto che sia un ambito così stigmatizzato da perdere qualunque diritto di tutela.

Sorge poi un altro problema. Se, come dicevamo prima, il porno diventa un oggetto di consumo, viene uccisa qualunque interpretazione artistica che lo utilizzi come mezzo. Se l’obiettivo è quello di far sì che un numero sempre maggiore di persone veda e apprezzi un contenuto, bisogna che quel contenuto contenga esattamente ciò che il pubblico si aspetta di vedere. E l’arte è tutt’altra cosa. 

L’arte è libera espressione di un autore. E non c’è nulla di libero nella volontà di seguire un trend, nell’adattamento ai diktat della moda. Gli oggetti di consumo sono i simboli del conformismo. E il porno non fa certo eccezione. Tutto viene appiattito. E il conformismo nel porno è la visione machista e patriarcale.

Non credo che gli autori abbiano il compito di «educare» il pubblico, però penso che abbiano il diritto di esprimersi liberamente. Dovrebbe essere come il cinema, o come qualunque altra modalità di espressione: ci sono i prodotti di consumo ma ci sono anche le opere d’arte. E ovviamente i lavoratori devono essere tutelati in entrambi i casi. 

Il problema del porno è che oggi non è così. Non esiste, a livello macroscopico, un «porno d’autore». E, soprattutto, non esiste un porno che sia mezzo e non fine. E non ci può essere arte, intesa come inerente al significato e non al significante, se una scena pornografica è lì semplicemente a significare se stessa. 

Per tornare a Foucault, la nostra società rimane sempre senza ars erotica, mentre continua a prediligere una scientia sexualis che si limita a mettere in scena le fantasie erotiche dell’individuo che, divenendo spettatore, prova di conseguenza piacere. Troviamo più interessante un primo piano di una penetrazione anale che un discorso sociale espresso tramite un cunnilingus.

Foto di copertina: Stefan Keller da Pixabay

Di Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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