Non passa giorno senza notizie sulla guerra in Ucraina, che spingono la mia testa a rivivere le scene di guerra incontrate nei molti libri che ho sfogliato in tutta la mia vita. Ed è l’angoscia di queste immagini che mi ha indotto a scrivere questo articolo sugli orrori della guerra e il suo prezzo. So che si avvicina la Pasqua e che sarebbe bello scrivere qualcosa che invogli alla pace, ma non ci riesco. Sarà perché dove tutti si sforzano di vedere a colori, io continuo a vedere in bianco e nero. Sarà perché credo che gli uomini debbano prima conoscere il male per comprendere il bene. Ma non credo che di Pasqua si possa parlare se Cristo è morto per noi e noi siamo ancora qua a spezzare vite umane con la stessa facilità con cui spezziamo particole.

 

La guerra come compagna di vita

Di vite stroncate con la stessa facilità con cui si spezza un fiammifero ce ne parla Khaled Hosseini nel romanzo Mille splendidi soli, ambientato nel background della guerra di Kabul

Questo bestseller ci spiazza con la crudezza e la tenacia di una guerra che segue le persone per tutta la loro vita, scandendo le giornate a suon di bombe ed esplosioni. La guerra è come una ruota, gira per tutti, e chi si salva oggi può soccombere domani.  Tale lezione la imparano presto le due protagoniste, Mariam e Laila, due donne afghane che cercano di sopravvivere al furore della guerra e alla spietatezza del regime talebano.

Le loro vite sono molto diverse, inconciliabili quasi, fino a che una tragedia si abbatte sulla vita di Laila e la catapulta in una disgrazia ancora peggiore, da cui troverà conforto nell’amicizia con la sfortunata Mariam. Questo romanzo è un concentrato di tragedie e sofferenze, ma il titolo stesso ci suggerisce un messaggio di speranza: non importa quante disgrazie possano celarsi negli anfratti di una guerra, ma finché in una città ci saranno amore, poesia e coraggio, non si potranno contare

«Le lune che brillano sui suoi tetti, né i mille splendidi soli che si nascondono dietro i suoi muri.»

Khaled Hosseini – Mille splendidi soli

La guerra come privazione

Alla parola guerra si associa inevitabilmente la parola morte, e a morte non si può che collegare addio. Lo scrittore che meglio ha rappresentato questa dolorosa catena di verità inaccettabili è Dino Buzzati, nel racconto Il mantello.

Esso narra le vicende di un giovane soldato, Giovanni, che torna nella casa natia dopo due anni sotto le armi, per salutare la madre e i fratellini. Si tratta di una visita breve, punteggiata dalle ansiose domande della madre e dalle elusive risposte del giovane, che, stretto nel mantello di cui non vuole spogliarsi, fatica anche solo a guardare in faccia la donna. Preda di un malinconico disagio, Giovanni ha fretta di andarsene e raggiungere la solitaria figura che lo aspetta oltre il cancello. Solo quando il fratellino gli solleva un lembo del mantello, rivelando la ferita mortale celata nel corso di tutta la permanenza, che tutti realizzano che il suo tempo è finito.

Lo strazio della madre di Giovanni davanti alla morte del figlio è quello di tutte le madri del mondo, di tutte quelle che hanno donato un figlio alla guerra, e che dalla guerra non hanno ricevuto indietro nulla, se non un mantello insanguinato. Ma, in un certo senso, è stata anche benedetta dalla clemenza della Morte. Chissà quante madri avrebbero voluto e vorrebbero ancora adesso vedere i figli ancora una volta, stringerli fra le braccia e mostrar loro la camera dipinta di fresco, prima di lasciarli partire per il viaggio da cui non si può far ritorno.

La guerra come distacco

Se ci sono madri che farebbero di tutto per poter rivedere i figli anche solo una volta prima del fatale addio, ci sono figli che darebbero qualunque cosa pur di non avere più legami con le loro figure materne, come è successo a Helga Schneider, autrice di Lasciami andare, madre. In questo romanzo/diario, Helga racconta di come si sia allontanata dalla madre, fervente sostenitrice del regime nazista e operatrice SS nei campi di sterminio, rifiutando ogni legame con lei. 

Questo romanzo non è un libro sulla guerra, ma mette in luce a quali conseguenze abbia portato l’olocausto degli Ebrei, che è stata un’appendice forse anche peggiore della Seconda Guerra Mondiale stessa. Dalle pagine emergono la delusione e l’incredulità dell’autrice verso la madre, che, anche in età avanzata, ricorda con nostalgia i momenti passati nei campi di sterminio, accarezzando la divisa da SS e consegnando in dono alla figlia gli ori sottratti ai prigionieri ebrei. 

Accuse e ritrattazioni, rabbia e voglia di perdonare si alternano in tutta la narrazione di Helga, che odia la madre, ma allo stesso tempo spera in un ravvedimento per concederle il perdono e affrancarsi da lei. La grande verità che emerge da quest’opera è che alla fine i nostri genitori sono pur sempre i nostri genitori e non riusciremo mai a odiarli del tutto. Cercheremo sempre di avere il pretesto per perdonarli, per non morire sepolti dal nostro stesso odio e per non ritrovarci con un pezzo di anima mancante.

La guerra nella poesia

Foto di Devanath da Pixabay

Vorrei concludere questa rassegna di opere sulla guerra citando un passo dell’Iliade: un poema che racconta la prima grande guerra che noi tutti studiamo a scuola e che, se l’avessimo studiata per bene, non saremmo qui a ricordare gli obbrobri di tutte le guerre che l’hanno seguita.

Uno dei passi più poetici, e meno conosciuti, è il canto dei cavalli di Achille, Balìo e Xanto. Queste due creature sono animali divini, parlanti, incredibilmente veloci e immortali. Ma più di tutto si rivelano dotati di una profonda umanità, manifestata nel pianto per la morte di Patroclo, caduto in guerra al posto di Achille. 

Come ci racconta Omero nel canto XVII dell’Iliade, dopo che ebbero compreso che Patroclo era morto, i due animali si rifiutarono di tornare alle navi e rimasero impalati accanto al carro del defunto auriga, cospargendo il suolo circostante di lacrime amare. Lo struggimento dei due cavalli fu così forte e toccante da arrivare al cuore dello stesso Zeus, che rimpianse di aver condannato due esseri immortali al dolore di fronte alla triste sorte degli uomini.

«Non c’è niente di più miserevole dell’uomo, fra tutte le creature che respirano e si trascinano sulla terra.» 

Omero – Iliade

E ci aveva visto giusto: dopo tutti gli orrori e il dolore che vi ho elencato, possiamo dire di non essere davvero la più miserevole delle creature? Io non lo so, ditemelo voi.

La Voce che Stecca