Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. In guerra si dibatte. L’aggressione militare da parte della Russia contro la Repubblica di Ucraina ha scatenato, in Occidente, il divampare delle opinioni. Mentre il flusso dei pensieri individuali e collettivi non accenna a indebolirsi, anzi rischia di tramutarsi in un labirinto animato dai mostri della propaganda, del sensazionalismo e della retorica, il nostro compito è quello di offrire a voi, cari lettori, una bussola orientativa. Ci siamo avvalsi delle considerazioni di Niccolò Pianciola, professore di Storia dell’Asia centrale e di Storia dell’Eurasia presso l’Università degli Studi di Padova. Formatosi tra Torino, Napoli e Harvard, ha svolto a lungo la propria attività accademica in Oriente, presso la Lingnan University di Hong Kong e la Nazarbayev University di Nur-Sultan, Kazakhstan.

Il processo di nazificazione del nemico

La storia irrompe nei discorsi delle più alte figure di governo. Se, alla vigilia dell’invasione, il ministro britannico della Difesa, Ben Wallace, percepiva una ventata di Monaco, il Presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, aveva già plasticamente delineato il ritratto del proprio nemico. Nel suo discorso simbolico, in occasione della 58a Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, Zelensky ha espresso una proporzione dall’efficacia retorica impareggiabile: Putin sta a Hitler, come il Donbass e la Crimea stanno ai Sudeti.

Chi dirige le sorti della guerra dal fronte opposto, Vladimir Putin, sostiene, invece, una tesi di natura asimmetrica. La narrazione russa, infatti, intende affidare ai comparti più ostili della classe dirigente ucraina il ruolo di aggressori nazisti, fonte di grave minaccia al futuro e alla sicurezza della Madrepatria, paragonabile per entità alla sola insidia tedesca nell’incedere del 1941.

Alla domanda se sia ammissibile istituire un raffronto tra Hitler e Putin, tra Cecoslovacchia e Ucraina, tra la questione dei Sudeti e la questione crimeana, il professor Pianciola è lapidario: «È l’espressione di mera propaganda bellica». Occore, però, individuare una netta demarcazione tra le due speculari argomentazioni. Putin, politico dall’ideologia nazionalista, ha posto in essere una guerra di aggressione su larga scala contro uno Stato sovrano. Di fronte agli interpreti, si costituisce, così, un atto di ostilità capace di trascinare la memoria alla Seconda Guerra Mondiale.

Lo stesso Putin, peraltro, a detta di Pianciola, al fine di giustificare le proprie mire espansionistiche e, al contempo, con il proposito di sostenere l’accusa di nazismo alla dirigenza ucraina, ricorre a un’operazione comparativa dalla conformazione assurda, dal momento che Zelensky è un ebreo. Zelensky, al contrario, al fine di stimolare il popolo ucraino alla resistenza, accusa Putin in modo più convincente, posto che propone un’analogia assai più calzante tra due guerre di invasione.

La retorica bellica nazionalista

La preparazione putiniana dell’aggressione è stata gradualmente portata avanti mediante l’audace ricostruzione storica dei rapporti tra Russia e Ucraina. Nel suo saggio intitolato Sull’unità storica di russi e ucraini, il leader russo sostiene la configurazione trina della nazione russa. Secondo la prospettiva putiniana, infatti, ucraini, russi e bielorussi sono parti di un’unica nazione, avvinta da un destino comune.

Pianciola nota che ricorre anche in tale circostanza l’impiego della propaganda di guerra. Si assiste al riemergere di un tema antico, già abusato tra fine Ottocento e inizio Novecento, secondo il quale grandi russi, piccoli russi e russi bianchi partecipano al trittico della grande nazione russa. Nell’interpretazione offerta da Pianciola, Putin, in quanto uomo animato da un nazionalismo di destra, ben si presta, infatti, a recuperare le visioni del nazionalismo russo tardo-ottocentesco.

Eziologia di un’aggressione

La riflessione circa l’origine dell’attacco russo costituisce il cuore della riflessione mondiale intorno alla crisi ucraina. Quali sono le profonde motivazioni a fondamento della scelta putiniana di aggredire Kiev?

La teoria dell’accerchiamento esterno

Prospera, nei giorni dei primi combattimenti, la corrente dell’accerchiamento esterno. Politici come Romano Prodi e Alessandro di Battista, giornalisti come Barbara Spinelli, storici come Franco Cardini e Luciano Canfora, un esperto di sicurezza internazionale come Alessandro Orsini, attribuiscono la rinnovata aggressività della Russia all’espansionismo verso Oriente della Nato, una condotta arrogante, sconsiderata, accecata da hybris. Le voci non allineate, nell’ambito di un pensiero che assume proiezione internazionale, con l’intento di esaltare la forza argomentativa delle proprie osservazioni, rievocano sovente due articoli tratti dalle penne di due dei più prestigiosi e celebri esponenti della diplomazia americana.

L’articolo di George Kennan, apparso nel 1997 sul New York Times, e l’editoriale di Henry Kissinger, redatto per il Washington Post nel 2014, hanno, infatti, lo scopo comune di sottolineare, con pragmatico realismo, la necessità di ascoltare le esigenze di Mosca, la necessità di qualificare l’Ucraina come Stato neutrale, terra di ponte tra Europa e Russia. Pianciola non pare sufficientemente attratto da tali valutazioni.

Nell’ordine di ragionamento invocato da Pianciola, occorre previamente definire quali alternative fossero concretamente disponibili per i nuovi Stati emergenti dalla dissoluzione dell’Urss. «Le opinioni pubbliche dei paesi ex socialisti dell’Europa Orientale e Centrale erano favorevoli all’ingresso nella Nato, perché ciò era stato deciso dai governi democraticamente eletti, al termine di campagne elettorali e in esito a referendum confermativi».

La tendenza di tali nuove entità statali a convergere nel progetto difensivo incarnato dalla Nato era, d’altro canto, mossa dal timore di possibili revanscismi e di possibili future aggressioni ad opera della Russia. Il professore tiene, in modo particolare, ad evidenziare come gli anni ‘90 siano stati caratterizzati dalla Prima Guerra di Cecenia, dal 1994 al 1996, l’esternazione più violenta e autoritaria del governo di Boris Eltsin. L’eventuale mancata apertura della Nato a nuovi alleati da difendere avrebbe potuto, insomma, determinare conseguenze politiche all’interno degli Stati richiedenti ausilio.

La teoria della sindrome dell’accerchiamento interno

Il professor Pianciola intende aderire, invece, all’analisi avanzata da Federico Rampini. L’ex corrispondente di Repubblica da Pechino, oggi editorialista del Corriere, si preoccupa di superare una descrizione ingenuamente vittimistica del personaggio putiniano, promuovendo la tesi opposta rispetto alla cosiddetta «sindrome da accerchiamento interno». La condotta del Cremlino, secondo Rampini, è indotta dal timore di subire, per effetto della Rivoluzione Arancione, la trasmigrazione delle tendenze europeistiche, occidentaliste e antiputiniane in Russia.

Nella sua rilettura delle relazioni tra Putin e l’Occidente, ampiamente sostenuta da Pianciola, l’editorista del Corriere della Sera segnala un aspetto dirimente: tra il 1999 e il 2004, anno dell’esplosione della Rivoluzione Arancione in Ucraina, Putin, intento a tessere interlocuzioni costanti con Bill Clinton e George Bush Jr. , a operare l’accesso al G8, e, all’indomani dell’11 settembre 2001, a condannare il terrorismo internazionale, non aveva ancora percepito la portata minacciosa della Nato. L’orientamento di Mosca comincia a mutare proprio in seguito e a causa delle rivoluzioni di popolo. L’evoluzione degli scenari politici in Georgia, nel 2003, e in Ucraina, nel 2004, interpretati dall’élite russa come manovre esterne, volte a catalizzare operazioni di regime change, ha indotto lo sconvolgimento della politica estera putiniana.

Il sospetto di golpe

Allo stesso tempo, Pianciola invita a considerare con moderazione le sensazioni espresse da Lucio Caracciolo, il quale sospetta, anzi afferma con rassicurante certezza, che Putin «non dorma due volte nello stesso letto». Secondo il direttore di Limes, infatti, circolano voci secondo le quali la decisione di entrare in guerra sia stata determinata da un puzzo di bruciato che gli veniva dall’anticamera e da alcune strutture della forza russe. Putin, insomma, secondo tale esposizione, avrebbe sferrato l’attacco militare, per allontanare da sé il rischio di un imminente colpo di Stato. «Sull’interpretazione indicata da Caracciolo sospenderei i giudizi, finché non saranno opportunamente rilevate le fonti da cui trae il proprio convincimento», spiega Pianciola.

L’invasione delle idee

Tra Europa e Russia, a partire dal 1991, si è instaurato un intenso e fitto scambio di capitali, merci, persone e, soprattutto, idee. Vladimir Putin, negli ultimi decenni, non ha semplicemente impegnato le proprie risorse ed energie nella preparazione di un’invasione militare. Putin ha attuato, nello spazio territoriale europeo, l’invasione delle idee. La lettura di un altro storico, grande esperto e conoscitore dell’Europa orientale, Timothy Snyder, soccorre in nostro aiuto: nel suo celebre bestseller intitolato The Road to Unfreedom, Snyder racconta che, quando la Russia putiniana, intorno alla metà degli anni ‘2000, comprese di non poter sostenere il ritmo dell’Occidente, si fosse convinta, nell’impossibilità di diventare come l’Occidente, di poter trasformare l’Occidente in Russia.

Inneggiare all’autoritarismo e deridere la democrazia

Sulla base di un sofisticato sistema di assistenza finanziaria ai partiti politici europei di estrema destra, la Russia di Putin ha, così, interagito metodicamente con i populismi occidentali, servendosi, per di più, dell’intermediazione di ideologi, filosofi, intellettuali, tra i quali spicca la figura di Aleksandr Dugin. Sebbene sia incline a segnalare la sopravvalutazione, a opera della stampa italiana, del ruolo politico di Dugin, Pianciola non nega la sussistenza di connessioni evidenti tra Dugin ed esponenti della destra europea, da Fratelli d’Italia a Casapound, dalla Lega di Gianluca Savoini al Front National di Marine Le Pen.

La filosofia politica conservatrice, cristiana e nazionalista di Dugin, che non è legato da alcun rapporto giuridico-formale con il Cremlino, che non è elevabile a organo ideologico della macchina governativa putiniana, svolge, a ogni modo, un’attività ideologica strumentale e convergente rispetto agli obiettivi dell’agenda putiniana. Dugin teorizza la superiorità morale del sistema autoritario russo nei confronti del permissivo e lascivo Occidente, luogo dove valori e ruoli tradizionali di genere sono andati perduti, a differenza della redenta Russia, dotata di una legislazione discriminatoria nei confronti delle minoranze.

L’Occidente sarebbe soffocato da una democrazia corrotta. Si ragiona, nelle divagazioni duginiane, di un sistema democratico retto, secondo una visione cospirativa dell’andamento della stesso, da gruppi di potere sovranazionali. Questa lente di osservazione, che, a detta di Pianciola, risente fortemente del lontano influsso del comunismo, anch’esso incline a rappresentare la democrazia liberale come sistema dominato da interessi di classe, si ripercuote, d’altro canto, sulla narrazione putiniana della nuova Ucraina.

Putin disprezza lo Stato ucraino, in quanto considerato azionato da una forza di governo in balia di oligarchi, da politici agenti come burattini nelle mani della Cia. In un contesto ideologico così congegnato, le liberaldemocrazie occidentali non sarebbero titolari di maggior dignità rispetto agli altri modelli storici di governo. Pianciola chiosa: «La Russia, nei rapporti interni con la cittadinanza, non si autoqualifica come governata da un sistema autoritario, ma vuol presentarsi come democrazia sostanziale; a questo non crede nessuno, né loro, i russi, né tantomeno noi».

Usa vs Cina: lo scontro nello scontro

Mentre la cruda realizzazione della guerra compete a Ucraina e Russia, le massime potenze globali, Stati Uniti e Cina, si confrontano nel match che potrebbe risolvere la sistemazione dei nuovi equilibri. Joe Biden, secondo la complessiva narrazione mass mediale, si fa portavoce di un’America dal volto irriconoscibile. Il presidente, da un lato, è descritto come il perfezionatore di un percorso discendente, che procede dall’interventismo militare attivo di George Bush, dedito alla modulazione delle strutture del diritto internazionale con i più ampi margini della legittima difesa preventiva, al progressivo piano di disimpegno militare, che la vicenda afghana ha mostrato agli occhi di tutti gli spettatori del mondo.

È il ritratto di un americano che non sa fare la guerra. Biden, dall’altro lato, è colto, dalla stampa internazionale, nell’atto di manifestare fatica nel maneggio dei metodi diplomatici; un’immagine ben distante da quella resa da J.F. Kennedy nel 1962, allorché, nell’ambito della crisi militare di Cuba, riuscì nell’intento di evitare l’esplodere di una guerra nucleare. È il ritratto di un americano che non sa fare la pace.

Il professor Pianciola sfida e dileggia i miti popolari. Data l’unicità del nuovo contesto e la delicatezza della minaccia nucleare, Biden non può né muovere guerra alla Russia, né tanto meno è nelle condizioni di operare alla maniera kennediana, che, come il professore ricorda, poté esprimersi nelle sue forme più pacifiche solo all’esito di un’assai rischiosa escalation militare, quale l’invasione della Baia dei Porci e la conseguente immissione di missili militari a opera dell’Urss di Chruscev.

La Cina non è elevabile a mediatrice

La vera reazione americana, secondo Pianciola, dovrà essere ancora attesa e sarà probabilmente una reazione dal forte contenuto interventista, diretta non alla Russia, ma alla Cina. Potrebbe, pertanto, immettere il globo in una nuova guerra calda, non combattuta in terra ucraina, quanto piuttosto sull’isola di Taiwan.

La Cina di Xi Jinping, secondo la visione di Pianciola, ha finora assunto una posizione formalmente ambigua, in seno alle Nazioni Unite, ma è materialmente coinvolta nella guerra russo-ucraina al fianco di Putin, come dimostrato dai recenti contatti tra i grandi gruppi statali di Pechino e i colossi russi di gas e materie prime. Tratte tali considerazioni, è inammissibile, dalla prospettiva di Pianciola, concepire la Cina come potenza globale, terza e imparziale, capace di candidarsi, sulla base di tali qualità, a mediatrice. Pianciola va oltre: la mediazione in sé, quale strumento risolutore di questa controversia in atto, è una mera illusione.

Di Carmen Calì

Classe 2000, figlia del XXI secolo e delle sue contraddizioni. Ho conseguito la maturità presso il Liceo Classico Eschilo di Gela e frequento la facoltà di Giurisprudenza presso l'Università di Trento

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