È piuttosto semplice prendersela con i giovani perché non riescono ad adattarsi a un mondo che gli è stato lasciato in eredità dai vecchi che l’hanno fatto a pezzi. Gli si crea una «società dei consumatori» (per citare Zygmunt Bauman) e poi li si accusa di essere senza valori, di far parte di uno sciame e non di un gruppo coeso (anche qui i termini, non l’accusa, sono di Bauman).

Una generazione preda dell’immobilismo altrui

La verità è che la nostra è la prima generazione della modernità che non può utilizzare l’eredità parentale come punto di partenza per un miglioramento della qualità della vita. Ci troviamo invece a temere di perdere quello che già abbiamo, oppure a vivere in un mondo che è fatto su misura per chi può permettersi di mantenere lo status quo, mentre noi veniamo visti come un peso e non, come invece accadeva in passato, come una risorsa.

Ed ecco molti giovani immobili nel conflitto tra la ricerca di sé e la consapevolezza di non essere in grado gli gestire gli «altri»: si creano legami fragili, il desiderio di aggregazione viene saziato apparentemente dal web che crea una finta appartenenza e che «costringe» alla ricerca di un seguito al quale prostrarsi per poterlo ingrandire. Dai ai tuoi follower quello che desiderano e loro saranno contenti. Ma tu lo sarai?

Noi giovani, con i nostri rapporti umani che si possono chiudere con un «blocca» su un social, siamo vittime di un mondo che non solo non è alla nostra portata, ma è costruito a uso e consumo dei vecchi. E proprio loro ci accusano di essere una generazione fallita, delle «vite di scarto», prendendo nuovamente in prestito il lessico di Bauman.

Come innescare una rivoluzione

Individui che si ritrovano a vivere secondo regole decise da altri e che non vengono riconosciute dalle nuove generazioni. Per esempio dettami come «Patria – Lavoro – Famiglia» che ormai lasciano il tempo che trovano. In una democrazia le regole del gioco andrebbero perlomeno condivise, qui invece ci sono dogmi da venerare e che non si possono mettere in discussione, pena l’esclusione dalla società che conta.

Basta conoscere un minimo di Storia per rendersi conto che le rivoluzioni sono sempre nate dalla classe dirigente che non ascolta le esigenze degli altri e finisce per innescarne la ribellione. Le rivoluzioni sono sempre responsabilità di chi governa, mentre chi si ribella sta solamente salvaguardando se stesso e i propri simili.

Sono sempre le «vite di scarto» a dare vita a un cambiamento della società e dei suoi equilibri. Oggi, nella democrazia apparente in cui viviamo, non possiamo certamente aspettarci un cambiamento da parte di chi punta unicamente a mantenere il proprio status quo. Sono i giovani che hanno tra le mani il futuro di questo Paese. Ma devono faticare per prenderselo, perché le cariatidi se lo tengono ben stretto, convinte di portarsi il potere direttamente in tomba.

Di Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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