Carissimi amici dello schieramento del «Sì» che ci accusate di aver mandato con il nostro voto il paese nel caos visto che avremmo costretto Matteo Renzi a dare le dimissioni e quindi a interrompere il suo progetto rivoluzionario per il paese, renziebbene, cari amici, le accuse vanno dirette a qualcun altro. 
Matteo Renzi, in un all in politico, è stato l’unico a mettere sul piatto la propria permanenza a Palazzo Chigi legando il destino del governo (e della sua carriera politica, a dir la verità) al risultato di questo referendum.
Ci spiace citarci, ma di fronte a obiezioni a un articolo che «mi fa pensare che il voto “nel merito della Riforma” sia solo un bellissimo modo per dire “Renzi ci stava sulle balle”», riteniamo che sia bene ripetere quanto abbiamo scritto nel luglio scorso, precisamente qui. A parte la nostra illusione che si votasse a ottobre, non abbiamo di certo cambiato idea: l’ormai ex premier «è stato il primo e vero artefice della personalizzazione del ddl costituzionale». Poi lo dicevamo chiaramente: «Vogliamo che il premier perda il referendum ma che rimanga al suo posto. Questo non certo perché lo reputiamo una persona adatta alla carica che ricopre, né perché pensiamo che non ci sia alternativa, bensì perché in tutta semplicità il rapporto di causa-effetto che lega la permanenza di Renzi a palazzo Chigi all’esito del referendum è insensato».
Matteo Renzi ha reso inevitabili le proprie dimissioni solo perché è stato egli stesso a legare indissolubilmente (sulla base di incomprensibili ragioni) il suo governo all’esito del referendum. Ha fatto tutto da solo, e questo rende ancor più paradossale la vicenda: un governo è (quasi) caduto perché un presidente del Consiglio ha messo la propria carica e quella degli altri membri del governo sul tavolo da gioco, come un pokerista troppo sicuro di sé.
Non è scritto da nessuna parte, e non ci sono nemmeno dei precedenti analoghi, che di fronte alla bocciatura di una riforma costituzionale (su cui l’esecutivo e il parlamento hanno perso anni) il governo debba dimettersi. Né questo noi auspicavamo.
Della caduta di Renzi ci interessa ben poco: passato un governo se ne fa presto un altro, ma non abbiamo votato «No» per raggiungere questo obiettivo. Si tratta di un effetto collaterale rispetto al vero fulcro del voto: bocciare una riforma costituzionale scritta male, insensata e (anche) per questo vergognosa. 

Di Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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