Manifestare a favore del diritto all’aborto e ritrovarsi una multa di 102 euro per «atti contrari alla pubblica decenza». È quello che è successo ad alcune attiviste di Non Una di Meno Treviso durante il Pride nel capoluogo veneto il 23 luglio scorso.

Il verbale è molto chiaro: la violazione «consiste nell’aver messo in atto in luogo pubblico atti contrari alla pubblica decenza mostrando il seno scoperto nel salire tale scalinata (quella del Duomo di Treviso, ndr) ed ivi stazionare intonando a mani alzate uno slogan sull’asserita “disponibilità del proprio corpo”».

Il vero slogan

Peccato che lo slogan intonato dalle attiviste fosse «Ma quale Stato, ma quale Dio, sul mio corpo decido io». Non serve essere degli esperti di comunicazione o avere un intuito particolarmente raffinato per comprendere che non ci sia alcuna «disponibilità del proprio corpo», quanto una riappropriazione che si concretizza nel diritto ad abortire. Ma questo è solo un dettaglio che dà comunque l’idea del clima. 

Ancora contro le donne

Non abbiamo nessuna intenzione di entrare nel merito di questa multa. A questo ci penseranno le dirette interessate e i loro avvocati nel caso in cui decidessero di fare ricorso. Il senso di questo articolo vuole essere diverso. 

Punto primo: il fatto che mostrare il proprio seno scoperto sia ritenuto un illecito mostra ancora una volta (come se ce ne fosse bisogno) che i corpi femminili e i corpi maschili hanno diritti diversi davanti alla legge. E non importa se in spiaggia questo non avvenga. In tutti gli altri contesti il seno femminile ha sempre una qualche valenza sessuale, contraria alla «pubblica decenza». Un petto scoperto può essere considerato maleducato ma magari motivato dal caldo, un seno scoperto invece è «indecente». 

Punto secondo: premesso che dichiarare pubblicamente la «disponibilità del proprio corpo» è un diritto inalienabile di ogni persona, è incredibile che slogan sul diritto ad abortire vengano riassunti con questa perifrasi all’interno del verbale. In questo modo, se non esistessero i video della manifestazione, quanto accaduto potrebbe essere letto da tutt’altra angolazione. 

Uno Stato nemico delle donne

Lo Stato, ancora una volta, si comporta da «nemico» di chi cerca di far valere i propri diritti. Ed è ovvio che una manifestazione funziona soprattutto se va a colpire i luoghi del «potere», quindi manifestare in topless sul sagrato del Duomo di Treviso è un’ottima idea. L’utilizzo del proprio corpo come strumento politico e l’infrazione di leggi considerate ingiuste sono pratiche che hanno una gloriosa storia alle spalle. Una storia che lo Stato ancora una volta decide di ignorare. 

Noi non vogliamo essere come il presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini e il sindaco di Bologna Matteo Lepore che, di fronte al consigliere comunale Mattia Santori (loro compagno di partito) che si autodenuncia come consumatore e produttore di cannabis, sostengono che le leggi, anche quelle considerate ingiuste, finché ci sono vanno rispettate. 

Le attiviste di Non Una di Meno Treviso hanno fatto politica usando se stesse e il proprio corpo per sensibilizzare su un tema molto importante, il diritto ad abortire in modo legale e sicuro. Lo Stato purtroppo è sempre il solito padre-padrone, tocca a noi cittadini sostenerle e far sì che, nonostante le multe, possano continuare con il loro lavoro.

Foto presa dal web. Siamo a disposizione per rimuoverla su richiesta degli aventi diritto

Di Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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