Questo articolo non era per nulla in programma, tuttavia non ho potuto esimermi da esprimere la sequela di considerazioni e di emozioni positive che provo alla vigilia di uno snodo fondamentale per La Voce che Stecca: l’approdo sulle nostre pagine di un’inchiesta giornalistica in senso stretto. Soprattutto, mi sento in dovere di rimarcare l’importanza di produrre contenuti originali, al netto della difficoltà che tale atto comporta.

Viviamo in un costrutto sociale in cui a farla da padrone sono le opinioni, in cui tutto pare opinabile e ci viene spacciato come tale anche quando non lo è. Una società in cui, almeno all’apparenza, cavalcare le tendenze per avere seguito è l’unica cosa che conta. A discapito della qualità, a discapito della capacità, a discapito del contenuto.

La nostra opinione ci viene chiesta continuamente, ma solo e soltanto per attivare il meccanismo commerciale del feedback, ovvero raccogliere la prima impressione, meglio se ipercritica, in modo da fornirci un servizio più soddisfacente la volta successiva. A ben vedere, si tratta dello stesso meccanismo che gli adulti senza polso utilizzano per calmare i bambini capricciosi e illuderli così di essere felici. Ma, ancora di più, illuderli di aver fornito loro ciò di cui hanno bisogno.

Ora, se si interagisce con un’azienda che vende prodotti o servizi, come un ristorante, la possibilità di fornire la propria opinione è sacrosanta, ma quando si tratta di contenuti culturali, oppure d’informazione, il discorso dovrebbe essere radicalmente diverso. Compito della cultura, in quanto veicolo di educazione, è stimolare la crescita cognitiva e spirituale. Quello dell’informazione è fornire uno sguardo lucido sulla realtà che, signore e signori, è spesso più sgradevole e problematica che non appagante.

Per questo, senza divenire prolisso, ci tenevo a ribadire l’importanza e la bellezza di produrre contenuti originali come quelli dell‘inchiesta Watchdogs, che accompagneranno i lettori nel corso della prossima settimana, invece di limitarsi a esternare in serie gocce di opinioni inutili, in quanto seriali e già ampiamente mappate da algoritmi che trattano il prodotto dell’ingegno umano come un hamburger di un fast food qualsiasi.

Faccio i complimenti a tutto lo staff perché, nonostante impegni personali e abitudini di redazione pregresse, da quando sono alla direzione della Voce ho visto tanta voglia di rimettersi in gioco, recepire la filosofia che desidero imprimere e continuare a migliorarsi in termini di qualità nelle stesure, ma anche e soprattutto nell’ampiezza e nell’esaustività dei contenuti. Ringrazio Tito Borsa e Betty Mammucari, i quali hanno scelto questo portale per destinare il frutto del loro lavoro d’inchiesta professionale.

Commentare qualcosa a bruciapelo è facile, creare e confezionare un contenuto, anche solo un punto di vista ragionato, non lo è per nulla, e nel tempo lo diventa sempre meno se, come troppo spesso succede ai giovani in questo Paese, a fronte di grandi moli d’impegno, di conoscenza e di lavoro le occasioni scarseggiano.

Sono dunque fiero che, nonostante tutto, ogni settimana La Voce che Stecca riesca a produrre contenuti originali dagli ottimi standard qualitativi, che spesso stupiscono anche me, facendomi dimenticare che siamo una redazione amatoriale. Nonostante ciò, non ci stiamo e non ci staremo mai ad adagiarci sul piattume del clickbait e delle facilonerie.

Perché nella dittatura delle facili opinioni, il solo modo per restare coerenti con il nostro DNA controcorrente è parlare con i fatti, ovvero articoli originali e di qualità. Supportarci leggendoli, commentandoli e condividendoli, è uno schiaffo in faccia al luogo comune per cui i giovani non hanno voglia di lavorare e di mettersi in gioco, coniato ad hoc per coprire la scarsità di opportunità professionali che ci vengono concesse, oggi come nel recente passato. La Voce, nel suo piccolo, tenta di essere una di queste opportunità. Fino a che punto, dipende anche da voi.

Buon Watchdogs e buona domenica a tutti!

Marco Ferreri, Direttore

Di Marco Ferreri

Classe 1993, volevo fare il giornalista ma non ho la lingua abbastanza svelta. Mi arrabatto tra servire pietanze, scrivere e leggere romanzi, consumare bottiglie di vino, crisi esistenziali, riflessioni filosofiche di cui non frega niente a nessuno e criptovalute. Amo il paradosso, dunque non posso essere più felice di stare al mondo.

La Voce che Stecca