Stivali neri, uniforme disegnata da Hugo Boss, stahlhelm: una figura minacciosa, che molti odiano e ad altri incute timore perché ricorda gli eccidi e il fumo dei forni crematori; si tratta del soldato tedesco della Seconda Guerra Mondiale, ma per quanto questa immagine sia universalmente conosciuta, non sono in molti quella che la conoscono fino in fondo. Sulle forze armate della Germania dell’epoca (la Wermacht) si è detta ogni cosa, ma non si è mai voluto conoscere del tutto il male.

Innanzitutto serve fare una precisazione: laddove gli storici confondono le forze armate germaniche con l’esercito, si inizia a fare un grosso errore. Wermacht (questo lo si può capire se si mastica un po’ il tedesco) erano le forze armate del Terzo Reich, mentre l’esercito si chiamava Heer. Quindi è giusto dire che un soldato, un aviere o un marinaio sono della Wermacht ma limitare il termine all’esercito, no. La Wermacht ebbe una sua storia e delle sue caratteristiche peculiari.

La storia della Wermacht

Adolf Hitler combatté la Grande Guerra sul Fronte Occidentale come caporale ciclista della 2° Armata Bavarese, sebbene fosse austriaco. Dopo il conflitto, fu enormemente frustrato dallo svilimento del proverbiale militarismo prussiano: odiava il Trattato di Versailles che aveva degradato le forze armate e sognava un riarmo.

Nell’epoca della Repubblica di Weimar, i generali tedeschi tentarono un timido progresso compiendo esercitazioni segrete con i soldati sovietici, dato che negli anni Venti Germania e Unione Sovietica erano considerate i paria d’Europa. Quando Paul von Hindenburg, eroe della Grande Guerra e presidente del Reich, diede l’incarico di cancelliere a Hitler, si iniziò un vero e proprio riarmo.

L’espansionismo tedesco non iniziò ufficialmente con l’invasione della Polonia, ma partì da più lontano. Già nel 1935 Hitler fece marciare le truppe sulla Saarland, l’area che gli anglo-francesi avevano fino a quel momento occupato. Di fronte a questa provocazione, Londra e Parigi che avevano angariato la debole repubblica democratica, non protestarono.

Hitler fece riorganizzare la Wermacht in gran segreto: divisioni intere, erano denominate come reggimenti e operarono sotto falso nome. Dopo la nuova militarizzazione della Renania nel 1936, ci fu l’annessione della Sudetenland (i tedeschi invasero la Cecoslovacchia e la parte occidentale, dove viveva la minoranza tedesca, fu accorpata alla Grande Germania mentre la Slovacchia divenne uno stato vassallo), poi l’Anschluss del marzo 1938, l’invio della Legione Condor al fianco di Francisco Franco nella Guerra di Spagna e solo infine la fatidica invasione di Polonia, che diede il là al secondo conflitto mondiale.

Le Waffen-SS

Un altro luogo comune è che tutti i tedeschi, e soprattutto i militari, fossero nazisti. Non è vero: c’era la Wermacht e poi le SS (SS sigla di Schutzstaffel, «squadre di protezione»), il cui braccio armato erano le Waffen-SS (SS armate) che possedevano truppe di fanteria, forze meccanizzate e reparti corazzati ed era una forza armata distinta dalla Wermacht. Nella Wermacht c’era un diffuso anticomunismo, ma c’era sempre chi non apprezzava del tutto il nazismo: soltanto dopo l’attentato del luglio 1944, i gerarchi nazisti fecero una purga per eliminare gli elementi ancora tiepidi e fu in quell’estate che si disputò la lotta di potere fra l’Abwehr (servizi segreti militari) dell’ammiraglio Canaris e il Sicherheitsdienst, i servizi segreti delle SS.

Lo Heer e le sue dotazioni

A parte le Waffen-SS che combattevano al fronte e le SS che amministravano i campi di sterminio, c’era la Wermacht che aveva le sue luci e ombre. Se si parla dello Heer, non si può non pensare al Panzer, il Panzerkamfwagen (un semicingolato utilizzato dalle truppe meccanizzate), lo Sturmgeschütz III o StuG III (un obice semovente che arrivava dove la fanteria faceva fatica a operare), il semovente Elephant e il cannone PAK, senza contare le armi individuali come la Mauser Karabiner 98K a otturatore giramento-scorrevole, l’MP40 (dove MP significa machinepistole, una pistola mitragliatrice evoluzione dell’MP18 della precedente guerra mondiale), e infine l’MP44 o StG44 che era lo Sturmgewehr, arma d’assalto che entrò in dotazione quando, paradossalmente, la Wermacht era in ritirata sul Fronte Orientale.

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Stg44

L’StG44 fu il primo fucile automatico della storia: se oggi gli eserciti del mondo usano l’M16A3 o noi italiani l’ARX160, lo si deve a questa invenzione degli anni Quaranta. Inoltre, Michail Kalashnikov, il sergente maggiore che nel 1947 progettò mentre era in ospedale la sua famosa automatica (l’AK47 o Kalashnikov), si ispirò all’StG44. Facendo attenzione al calcio pieghevole, si può notare che quello dell’AK47S è identico a quello dell’MP40.

Quindi sembrerà strano, ma l’arma per definizione degli eserciti comunisti, ribelli e miliziani terzomondisti è stata fatta su ispirazione di un fucile nazista. Tornando ai mezzi dell’Heer, i tedeschi avevano la passione per i cingoli ma durante il corso della guerra furono poche le unità meccanizzate o corazzate: molta gente si stupirà al saperlo, ma quasi tutti i reparti tedeschi si muovevano su carrozze trainate da cavalli – soprattutto nei primi anni del conflitto.

Le altre forze armate tedesche

Passando alla Kriegsmarine, a parte gli equipaggi d’élite degli U-Boot di Dönitz che facevano il branco di lupi per colpire le linee di rifornimento tra America e Gran Bretagna, era una forza armata scarsa. La Kriegsmarine aveva l’Admiral Graf Spee, anche la Bismarck, ma non brillò mai sul campo di battaglia: la Germania era perlopiù una potenza terrestre, non come l’Inghilterra che gioco forza doveva aver coltivato una solida marina da guerra viste le tante colonie in Africa e Asia.

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Pianta di un U-Boot

Passando alla Luftwaffe, i tedeschi erano un po’ più brillanti. Il simbolo della Luftwaffe è lo Stuka, abbreviazione di Sturzkampfflugzeug (tradotto: aereo da combattimento in picchiata) soprannome dello Junkers Ju 87. Il celebre bombardiere da picchiata, che quando stava per sganciare il carico esplosivo faceva un fischio sinistro. Ma c’era anche il caccia Messerschmitt BF109E, il cacciabombardiere Focke-Wulf FW 190 e gli Heinkel HE 111 che Viktor Nekrasov, nel libro Le trincee di Stalingrado, descrive come: “aquile nere che gettarono bombe incendiarie sulle case in legno della periferia di Stalingrado”. Un prodigio della tecnica tedesco fu il Messerschmitt 262, il primo aereo a reazione della storia, ma il vantaggio dovuto all’invenzione fu perso perché entrò in servizio negli ultimi mesi della guerra.

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Bombardiere Stuka

A proposito di prodigi della tecnica, c’erano i missili V1 e V2 (dove V stava per Vergeltungswaffen, armi di rappresaglia), che dalle basi in Belgio bombardarono Londra, e dopo tutte le varie Wunderwaffen (letteralmente armi meravigliose) ossia le armi segrete che Hitler sventolava in un gioco di luci e ombre durante i suoi discorsi-fiume per promettere la vittoria finale. Molte di queste Wunderwaffen, non si capì mai cosa fossero, nonostante analisi storiche posteriori tendono a collegare questi annunci a un progetto di ricerca tedesco sulle armi nucleari.

In conclusione

I tedeschi furono sul punto di vincere la guerra non perché erano degli assassini fanatici, ma perché si tratta di un popolo che ha sempre affrontato le sfide in maniera scientifica, mentre noi italiani, già all’epoca esuberanti, non siamo mai stati del tutto equilibrati: abbiamo avuto fiammate di entusiasmo e poi ci siamo persi nell’incostanza, ed è strano perché se noi inventammo l’idea del bombardamento aereo con la guerra in Libia del 1911-12, i tedeschi la copiarono con la Blitzkrieg: la famigerata tecnica d’invasione lampo tramite la coordinazione tra Panzer e Stuka, che rese l’aeronautica un devastante mezzo di artiglieria tattica volante.

Per gli appassionati di storia militare e i curiosi verso il militarismo tedesco, si consigliano in particolare due autori: Kirst, con la sua saga 08/15, e Sven Hassel.

Kenji Albani

Per la foto di copertina si ringrazia: Noah Wulf

La Voce che Stecca