Immaginate di riavvolgere il nastro del tempo fino al 1983, rievocando tutta la magia degli anni ’80. La nostra storia, o meglio, quella di Stranger Things, comincia in quel frangente, quando il legame tra quattro ragazzini un po’ sfigati diventa un collante più forte di un mondo surreale, cupo e antipatico, della paura e delle urla dei genitori che li vorrebbero tra le mura di casa.

(Ante)fatto

Indiana, specchio di un’America fatta di Coca Cola, walkie talkie e canzoni che hanno graffiato il cuore di noi tutti. Mike, Dustin, Will e Lucas sono quattro ragazzini felici che giocano con i mostri nella cantina di Mike, centro di gravità della loro amicizia, e si cimentano in battaglie fantastiche lunghe anche dieci ore. Al termine di quell’overdose d’immaginazione, non desiderano altro, meno che mai di trovare quegli stessi mostri sulla via di casa.

Il supporto su cui si riavvolge il nastro forse è una musicassetta consumata dal tempo, simbolo della serie TV Stranger Things per almeno due motivi.

Da un lato sineddoche di musica, onnipresente protagonista di ogni episodio, che permette l’immedesimazione anche durante le scene più surreali e disgustose, dall’altro simbolo degli anni ’80 nella loro interezza, che appena partorita l’associazione parte un tripudio di nostalgia. Una coccola rara e preziosa, quella di dare una forma alla musica, tangibile e riavvolgibile, per poterla sperimentare nuovamente con maggior forza e volume.

Should I stay or Should I go?

Il 27 maggio 2022 è in arrivo su Netflix la quarta stagione di Stranger Things. Il trailer evidenzia una sensazione in particolare: quel brivido di nostalgia verso le emozioni riversate negli episodi già trascorsi, addormentate dal tempo che passa.

Si tratta di una scintilla: un piccolo fuocherello che brucia e ci riporta esattamente dove avevamo lasciato i protagonisti, alle prese con tumulti d’amore e con il mondo ostile che li circonda. Alla fine della terza stagione, i ragazzi sono lontani da Hawkins e così li ritroviamo, sei mesi dopo la battaglia e l’epico finale.

Siamo ancora negli anni ’80, i personaggi sono cresciuti e sono diventati rock: alle prese con il loro mondo interiore, con i mostri e con i fantasmi, girano intorno una trama che si prospetta complessa e capace di causare dipendenza. Facile sentirsi drogati di queste scene e finire per riguardare più volte i tre minuti che anticipano l’episodio successivo, al fine di accendere la lampadina del ricordo e aprire agli interrogativi su cosa succederà a quei quattro giovani adulti, persi nella loro selva oscura, dove per salvare un’idea il costo può essere perdere se stessi.

L’ambientazione duplice del trailer è il motivo di successo alla base della storia. Da un lato mette in scena momenti semplici, luminosi e vivi: il profumo di un abbraccio, un bacio rubato in macchina, i corridoi della scuola, la serata glitterata sui pattini a rotelle. Dall’altro lato manifesta il buio della paura, scene horror e grottesche dove la vita traballa in cui si corrono numerosi rischi: di non tornare alla luce, di non dare un ultimo abbraccio, di non dormire più tranquilli nel letto che li vede diventare adulti.

Se la battaglia chiama un tifo generalizzato, è quando tocca con mano la normale interiorità dei protagonisti, con i loro amori e le loro amicizie, che la trama sa davvero rapire lo spettatore, manifestando un’emotività pulsante come quella delle persone per strada. La prima stagione è riuscita bene in questo, sin da subito, ponendo l’attenzione emotiva su Michael e Undi e lasciando il dubbio se il cuore di Nancy batta per Steve oppure per Jonathan. I primi otto episodi hanno infatti visto un gruppo tormentato e impegnato in un unico grande obiettivo, ritrovare Will nel Sottosopra.

Ecco l’emozione, ecco cosa tiene con il fiato sospeso e il ragazzino in vita: canticchiare Should I stay or should I Go a voce alta e nella mente, come faceva con il fratello prima di scomparire nel buio. È sempre un’emozione a tenere in vita, a diventare nuova aria da respirare nell’apnea: un’emozione che si trasmette allo spettatore e diventa trepidante attesa di nuovi episodi. 

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Running Up That Hill (A Deal With God).

I’ve been slimed: ecco cosa leggiamo sulla spilletta di Dustin, come tributo a uno dei film cult degli anni ’80, Ghostbusters. Ed è solo una delle tante citazioni più o meno dirette degli acchiappa fantasmi, che compaiono piuttosto assiduamente e in maniera diretta nel corso della serie. Se nella seconda stagione, infatti, i protagonisti si travestono da Ghostbusters, i nuovi episodi si aprono con l’esatta riproduzione di una scena del film.

Questa tendenza all‘inserimento di Easter Egg, come vengono chiamate le citazioni nel linguaggio del web, è spesso indicata come principale fattore del successo di Stranger Things, anche se la narrazione rimane intensa e coinvolgente a prescindere dal fatto che si riconosca o meno la citazione o l’autore del brano riprodotto. Tuttavia, il citazionismo è un elemento in più, una delizia per il cultore della cultura pop di quel periodo, che può facilmente diventare un’intrigante sfida a chi riconosce più riferimenti!

La musica resta la principale protagonista, il più sensibile e graffiante tributo: la chicca di questa nuova stagione è il nuovo rinnovato successo nelle classifiche musicali di una canzone uscita quasi quarant’anni fa. Il ruolo centrale dato alla canzone Running Up That Hill di Kate Bush, una ripetizione quasi ossessiva come per eleggerla a nuovo mantra capace di proteggere, lascia il segno e diventa nuovo tormentone, sgomitando in radio e nel nuovo mondo del social web.

Un rinnovamento che tocca tutti gli aspetti di Stranger Things e segue scelte stilistiche ben precise: il fatto che alcuni episodi siano più lunghi di un film, per esempio, nasce dall’esigenza di fornire il giusto spazio e approfondimento a ogni protagonista, senza esigenze di compressione. Ciò da il metro di una stagione complessa, ricca di dettagli e momenti cruciali per l’evoluzione della trama e delle relazioni, da tono narrativo decisamente più maturo e riflessivo

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Time After Time.

Ma perché, all’alba della quarta stagione, vale la pena riavvolgere il nastro di Stranger Things fino al primissimo episodio per farlo scorrere nuovamente? Perché nel frattempo è cambiato lo sguardo dei protagonisti, e il nostro con loro. E ciò, tra i molti effetti positivi sulla pienezza che può dare un rewatch, ha quello di rendere meno finto, meno alieno, il Sottosopra.

Non un semplice ricettacolo di enigmi e battaglie, ma un luogo dove si materializzano le paure da combattere per abbracciare qualcosa di più grande prezioso e bello. Dove l’entusiasmo dei giovani incontra la forza degli adulti di rinnovare la speranza e sfidare ancora una volta il male. Il Sottosopra non è un semplice ambiente ostile, ma la rappresentazione di tutti gli ostacoli al compito più grande che aspetta i protagonisti: crescere, comprendere chi saranno nella vita che li aspetta là fuori e imparare ad amare.

Se negli anni non sono cambiate le scene o protagonisti, siamo cambiati noi spettatori, per via del tempo che passa, delle scene vissute e delle canzoni ascoltate. Ma soprattutto per via del martellamento di stimoli che è il mondo contemporaneo, il quale rende tutto mischiato, indistinguibile, talvolta impersonale. Non come gli anni ’80, non come gli Easter Egg di Stranger Things. Non come il Sottosopra, che non è un’invenzione deglio sceneggiatori, ma il substrato mentale di ognuno di noi.

La colonna sonora originale di Stranger Things: una curiosità.

Lo schermo diventa rosso, al centro compare lentamente la scritta Stranger Things e la musica è emozione già dal primo episodio, poi diventa tormentone, senza infastidire nemmeno per un secondo a causa dell’interruzione della scena.

Le colonne sonore originali sono composte da Kyle Dixon e Michael Stein, artisti della band elettronica Survive: i fratelli Duffer, creatori della serie, hanno incontrato la musica ipnotica del gruppo con la colonna sonora del film The Guest e la curiosità ha portato all’interesse per la loro musica, ma soprattutto là, in quel luogo magico dove la creatività incontra il giusto input e crea sintonia.

Tutte le musiche originali sono composte da loro due, compreso quel primo bozzetto che ha portato l’idea a Netflix e ha segnato l’inizio di questa serie originale e di grande fortuna. Gli anni ’80 pulsano in ogni scena, dominano l’intera storia e la musica elettronica è il perfetto tocco di una produzione attenta a molti dettagli.

La Voce che Stecca